Blog dei Grifoni :una raccolta di post con l'intento di riportare in un unico spazio, quelli che oggettivamente, possono rappresentare il nostro pensiero, lasciare una traccia indelebile del nostro sentire. Siamo aperti ai vostri suggerimenti e critiche nell'ottica di renderlo uno spazio, oltre che di memoria, anche di discussione sui temi trattati. Vi aspettiamo numerosi Sempre Forza ZENA!!! (ne abbiamo bisogno) P.S. L'altro nostro blog e' : http://grifoni.blogspirit.com
lunedì 4 maggio 2009
giovedì 20 novembre 2008
Il Milito ignoto
Maradona lo guarda, Genova lo adora, il Real lo vuole e lui dà lezioni pure a Ronaldinho. Come un Principe
Si capisce perché lo chiamano Principe: prendi una foto di Enzo Francescoli e mettila accanto a quella di Diego Milito. Trova le differenze. Il viso, i lineamenti, il portamento. Certi soprannomi si ereditano per analogia, poi diventano propri. Dov’è finito Enzo? Ora c’è Diego. Solo Diego. La testa alta, il destro, il sinistro, lo stop. Centravanti elegante come un fantasista. Francescoli non serve, se non a ricordare. Milito basta e avanza perché quelli come lui sono la certezza dei gol e anche di un certo modo di fissarsi con i personaggi. Facile adesso. Dieci gol, il primo posto nella classifica cannonieri, la tripletta alla Reggina, il rigore alla Juventus, Maradona che dice “lo sto guardando”. Milito è come se fosse nato adesso. Ventinove anni sono il massimo e raccontano di un passato che non fa chic come il presente, ma è bello lo stesso. Diego fa gol, li ha sempre fatti. Ora si vedono di più, in diretta satellitare o digitale: portano Genova lassù, sentono il boato di Marassi, vedono la bandiera del Grifo che si muove sulla gradinata. Milito sorride e ogni tanto si tiene le orecchie per captare meglio il segnale, per registrare la messa in onda del godimento genoano. Mi-li-to. Il nome scandito dalla Nord è il segnale di un amore che non finisce. Prima, durante, dopo. C’è il 22 in campo, si va. Mancava in estate, perché Borriello l’aveva lasciato vuoto con il pacco di gol incluso. Diego l’ha ripreso, perché era stato suo la prima volta e anche dopo in Spagna. E’ il nuovo numero magico: parte da Kakà e arriva a Milito. Vuol dire gol, adesso. Uno, due, tre, fino a dieci. Poi tra qualche mese chissà: questo non sembra voler smettere anche se fa tanto il signore, il distaccato, il sostenuto. Immagini da nobile. Principe. Perché la movenza è quella lì, fatta di grazia, garbo, sinuosità. Diego non strappa mai un colpo, trasforma in stilosa anche una spaccata come quella contro la Reggina: la palla arpionata, spostata da un piede all’altro, colpita cadendo. Gol, ancora. Gol, sempre.
Dicono questo sia il miglior Genoa del dopoguerra, meglio di quello di Bagnoli, di Signorini, Aguilera, Skuhravy. Vero? Falso? Boh. Tanto quello è passato e questo esiste adesso: lo prendi e te lo tieni, perché fa niente se è meglio o peggio, l’importante è che ci sia, che giochi, che diverta. La maglietta, il campo, le porte, gli spalti. Arrivi al Ferraris ti siedi e vai. Diego è la sintesi, è il simbolo. Borriello era un’eredità complicata per la quantità e non per la qualità, perché qui lo sapevano come giocava Milito. L’avevano visto in B, l’avrebbero visto pure in C, perché dice che sarebbe rimasto quell’anno assurdo della promozione diventata doppia retrocessione. L’anno della presunta valigetta con i contanti scambiati prima di un Genoa-Venezia: Diego aveva portato la squadra in A e la giustizia l’aveva mandata in C per illecito sportivo e tante altre cose. Non aveva senso tenerlo per umiliarlo in terza serie. Adesso il senso c’è tutto: Milito ritorna, si prende la squadra che l’ha scoperto, la trascina, la spinge. Zona Uefa. Troppo? Gasperini non sa, non dice, poi si lancia: “Perché no?”. Appunto, perché? Sta zitto anche Milito, non per scaramanzia, né per mancanza di fiducia. Qui c’è il carattere, un modo di essere che ha fatto dire a qualcuno che “abbia già segnato in tre anni al Genoa più gol di quante parole spenda in una giornata, che non arrivano a 45”. I gol sono 43 in campionato, una manciata in coppa Italia. Tanti, una media più alta di chiunque altro abbia mai messo la maglia del Genoa. Borriello faceva il figo l’anno scorso, Diego fa impazzire oggi. Diversi e uguali. Diversi come gioco, come vita, come futuro. Uguali nei numeri, solo che Milito piace di più perché non c’è comproprietà, non ci sono pendenze: è del Genoa e anche di un po’ di Genova. Il Real? Si dice, ovvio. Si dice di ogni calciatore che giochi in Europa e segni oltre la media. Milito adesso è il migliore al prezzo più competitivo. Non se ne andrà, comunque. Non quest’anno, né il prossimo, a meno che Preziosi non decida di mettersi contro mezza città.
Diego è Genoa, è la speranza di togliersi il peso della lotta per non retrocedere e giocarsela per qualche altra cosa. Anche per niente, ma per quel campionato sereno che ti porta allo stadio pensando “adesso mi vedo uno spettacolo”: niente tensioni, niente ansie, niente patemi. Oggi e solo oggi: la partita, lo show, i gol, il calcio in quanto calcio. Milito serve a questo. El Principe, la rivincita di una manica di stranieri che non sono Ronaldinho, però condiscono il pallone. Quant’è bello avere ogni anno una scoperta? E’ bello anche pensare che lo sia anche se non lo è. Milito ha fatto il giro del Sudamerica col Racing di Avellaneda e poi il giro d’Europa con il Saragozza. Genova non c’entra per un attimo, nel senso che lì sapevano già chi fosse e allora lo stupore ora è del resto d’Italia, convinta di aver svelato un nuovo fenomeno, certa di aver rivelato al mondo un giocatore inaspettato. Perché ne parlano tutti come se lo vedessero per la prima volta? Diego è uno da quadripletta al Real Madrid. Il primo di destro, dopo un controllo al volo nell’area piccola; il secondo, finta a rientrare e colpo d’esterno a superare Casillas; il terzo e il quarto di testa. Era la stagione 2005-2006, in semifinale di Coppa del Re. Ai quarti aveva giocato contro il Barcellona: vittoria del Saragozza, con doppietta di Milito. Sei gol che possono bastare a raccontare un personaggio e a definire una carriera. Puoi trovare anche il Real peggiore della storia, però se riesci a fargliene quattro in una partita sei comunque un campione. Invece l’Italia lo scopre adesso, come se tutto quello fatto finora non valga nulla, come se contino solo i dieci gol di quest’anno. Ovvio che contano, ma con gli altri, non senza. Contano perché sono la certificazione, il sigillo, il timbro dell’“eccomi, sono Diego Milito e faccio gol a chiunque”. Il che è vero come poche cose nel mondo del pallone. Di potenza, di rapina, di classe, di piede, di testa, su rigore, su punizione. Milito fa gol, punto. Dici: è il suo mestiere. Giusto, però qui allora comincia a contare anche il dettaglio. Cioè come. Perché questo unisce la fame del bomber alla classe di chi potrebbe anche fare soltanto l’assistman.
Principe, allora. Francescoli è il termine di paragone stilistico e fisico, ma non strettamente pallonaro. Diego lo metti tra quelli alla Van Nistelrooy: gli attaccanti moderni che difendono il pallone, che lo accarezzano, che non fanno differenza tra i piedi. Ruud è l’eterno erede di Van Basten. Diego di chi? Se glielo chiedono fa una smorfia e basta. Forse sorride. Non cerca paragoni, non ha idoli da usare come chiavi per entrare nell’asse ereditario di qualcuno. Maradona? Ogni argentino si ispira a lui. Diego no. Batistuta? Bé, se non ami el Pibe, allora sei fan di Gabriel che con Dieguito litigò al Mondiale ’94. Milito non ti dice né uno né l’altro. Non lo faceva prima e figurarsi adesso che Maradona è commissario tecnico della Nazionale. Alla Stampa, qualche giorno fa, ha parlato di Messi: “Deve vedere cosa è Lionel: piccolo ma con le cosce che sono il doppio delle mie, un torello. E poi il carattere: entra nello stadio del Chelsea come se fosse il cortile di casa sua”. La differenza del Principe: niente idoli del passato, ma Messi che è più giovane di lui, che è quasi già una generazione dopo. Perché Diego vede il futuro più che il passato e se deve scegliere di andare a ritroso allora non ti parla di qualche grande ex, ma di suo fratello Gabriel che oggi è al Barcellona ed è il ricordo più frequente dell’infanzia, della giovinezza, dell’adolescenza. Famiglia è pallone. Perché questa non è la rivincita del calciatore strappato a una periferia difficile: non ci sono polvere, scarpe rotte, magliette bucate, palloni di pezza. Questa è storia di una villetta borghese di Bernal, un sobborgo di Buenos Aires. La storia di una famiglia normale, di due ragazzi che hanno studiato e che avrebbero continuato a farlo, di due che senza il calcio avrebbero fatto comunque qualcosa. Non c’è riscatto. Non c’è rivalsa. Non c’è scalata sociale. Forse è per questo che non ci sono idoli veri: non ce ne era bisogno perché non c’erano storie da imitare per sentirsi qualcuno. Diego è cresciuto giocando con Gabriel, tenendolo dietro, alle spalle, perché lui, il minore, fa il difensore centrale. Perfetti, complementari e mai una volta compagni. Perché uno finì al Racing Club di Avellaneda e l’altro all’Independiente. Cioè stessa città, ma squadre diverse. Cioè derby. Cioè una volta anche un litigio tra i fratelli perché Gabriel marcava Diego ed era come se marcasse chiunque altro: i tacchetti sui polpacci, le ginocchia sulle cosce, i gomiti sulle spalle. Mai insieme in campo, attaccati nella vita, compreso quel giorno del 2002, quando a distanza di cinque minuti l’uno dall’altro ricevettero la chiamata della Polizia: “Hanno rapito suo padre, venga immediatamente”. Si ritrovarono al commissariato, c’era anche la madre. Nel cortile l’Astra bianca del padre Jorge: era stato avvicinato la mattina mentre andava al lavoro. A un semaforo, lui fermo e un gruppo di uomini davanti a lui. Armati. “Scendi”. Lo presero e lo portarono via, chiesero duecentomila dollari di riscatto. Diego e Gabriel insieme per pagare. Avevano 23 e 22 anni, nel 2002. Diciannove ore di sequestro, poi il pagamento e la liberazione: Jorge da allora vive più protetto, così come la moglie. I figli hanno contribuito a rendere più sicura la vita dei genitori, perché i soldi degli ingaggi permettono tutto questo e anche altro. Diego è arrivato in Europa neanche un anno dopo il rapimento di suo padre. Genova perché pare che Preziosi avesse avuto una segnalazione e chiese al suo capo degli osservatori per il Sudamerica di andare a vederlo. Cioè Renato Favero, l’ex terzino destro baffuto della Juve anni Ottanta: vide Diego, prese appunti, cerchiò il nome e tornò a riferire al presidente. Preso a gennaio per la serie B. Dodici gol in mezzo campionato, ventuno in quello successivo intero. Ventuno per arrivare alla serie A e teoricamente fare coppia con Ezequiel Lavezzi, perché Preziosi aveva chiesto a Favero di andare a prendere El Pocho e lui l’aveva preso. Poi la maledetta valigetta con i soldi eccetera. Allora la serie C: niente Lavezzi e alla fine anche niente Principe. Perché bisognava venderlo, ovvio. Saragozza. Scelta di Diego per andare nella Liga e per andare da Gabriel, il fratello arrivato in Aragona nel 2003.
Adesso dicono che Diego fosse andato via controvoglia. Fa parte del gioco scatenato attorno a lui nelle ultime settimane. Spuntano ristoratori che raccontano di sms frenetici ogni domenica: “Voleva sapere che cosa avesse fatto il Genoa”. Ci sta, perché Milito non sarebbe andato via da Genova se non fosse successo il caos della retrocessione per sentenza. Però è vero che lì, a Saragozza è stato alla grande. Forse è lì che è maturato davvero per arrivare a essere quello che è ora: completo e sereno. Leader. Gol a ripetizione, uno dopo l’altro, uno più bello dell’altro. Uno per tutti, quello all’Athletic Bilbao: scatto, stop, finta verso l’esterno, rientro all’interno, tiro e gol. Questo perché è semplice ed efficace, perché si specchia esattamente in quello che è Diego: l’essenzialità che si trasforma in straordinarietà. Quel gol racchiude l’idea e il risultato. Quel gol festeggiato con il pugnetto destro che fa avanti e indietro. Roba classica, senza bisogno di esultanze particolari, strane, curiose. Dice che lui è così, semplice. Esattamente come i suoi gesti. Poi agli altri fa dire che è riservato, schivo, poco personaggio. Ma come? Genoa ottavo con il capocannoniere momentaneo della serie A in squadra e lui non parla, non fa il fenomeno, non accetta l’ospitata nella grande trasmissione tv. “Meglio a casa”, ha scritto il Secolo XIX martedì. Cioè in un appartamento a Quarto dove vive con la moglie Sofia e il figlio Leandro. Il ritratto che ne esce è quello di un pantofolaio che apre la porta, si toglie le scarpe, resta in tuta e ciabatte, accende la televisione e guarda gli altri come lui, ma a volte peggio di lui che discettano di calcio in tv. Impacciato, secondo qualcuno. Timido, secondo altri. Tutti e due messi insieme, a leggere le cronache postume del suo arrivo a Genova: alla presentazione della squadra invitarono una ballerina di tango e lui, Diego, argentino di Bernal, non riuscì a completare neanche un passo davanti alle risate imbarazzate dei compagni. Antonio Cassano non è un chiacchierone, ma Genova sa molto più di lui che di Diego Milito. Ok, adesso Tonino s’è sfogato nell’autobiografia, però resta un riservato, uno difficile da beccare per la paparazzata facile facile al ristorante o in una discoteca. Fa la figura del grande viveur se lo paragoni a Diego. Di lui i giornali e la gente fatica a sapere persino le classiche risposte da prima intervista. Qual è il tuo cantante preferito? Che cosa ti piace dell’Italia? Non l’abbiamo saputo nel 2004, non lo sappiamo adesso. Meglio così. Perché lo rendono diverso dalla banalità, lo tirano fuori dal cliché. Anti-personaggio fino in fondo, o almeno fino a quando non sarà costretto dal club a mettersi in piazza. Allora verrà fuori tutto: la pasta, l’asado, la sua playlist dell’iPod, il cabernet oppure la Coca Cola. Genova aspetta, mica ha fretta. Quanto vale adesso? Dicono trenta milioni di euro. Abbastanza per fare pensare che durerà poco, perché non c’è solo il Real, ma ci sarebbe anche l’Inter. C’è sempre di tutto, certo. Quest’anno ci doveva essere il Tottenham: era il concorrente del Genoa per prenderlo. Diego voleva Genova, poi la crisi economica, il buco lasciato da Bear Stearns nelle casse della società di Londra, hanno agevolato. Guadagna tanto: due milioni e mezzo di euro. Nel Genoa non c’è nessuno che costa così. Nessuno si lamenta, nessuno parla. Quattro rigori, sei di destro, due di sinistro, due di testa. Il pugnetto che fa su e giù, a volte anche tutti e due. Si può spendere per uno così. I gol valgono assegni in bianco. A Genova quasi.
di Beppe Di Corrado
Si capisce perché lo chiamano Principe: prendi una foto di Enzo Francescoli e mettila accanto a quella di Diego Milito. Trova le differenze. Il viso, i lineamenti, il portamento. Certi soprannomi si ereditano per analogia, poi diventano propri. Dov’è finito Enzo? Ora c’è Diego. Solo Diego. La testa alta, il destro, il sinistro, lo stop. Centravanti elegante come un fantasista. Francescoli non serve, se non a ricordare. Milito basta e avanza perché quelli come lui sono la certezza dei gol e anche di un certo modo di fissarsi con i personaggi. Facile adesso. Dieci gol, il primo posto nella classifica cannonieri, la tripletta alla Reggina, il rigore alla Juventus, Maradona che dice “lo sto guardando”. Milito è come se fosse nato adesso. Ventinove anni sono il massimo e raccontano di un passato che non fa chic come il presente, ma è bello lo stesso. Diego fa gol, li ha sempre fatti. Ora si vedono di più, in diretta satellitare o digitale: portano Genova lassù, sentono il boato di Marassi, vedono la bandiera del Grifo che si muove sulla gradinata. Milito sorride e ogni tanto si tiene le orecchie per captare meglio il segnale, per registrare la messa in onda del godimento genoano. Mi-li-to. Il nome scandito dalla Nord è il segnale di un amore che non finisce. Prima, durante, dopo. C’è il 22 in campo, si va. Mancava in estate, perché Borriello l’aveva lasciato vuoto con il pacco di gol incluso. Diego l’ha ripreso, perché era stato suo la prima volta e anche dopo in Spagna. E’ il nuovo numero magico: parte da Kakà e arriva a Milito. Vuol dire gol, adesso. Uno, due, tre, fino a dieci. Poi tra qualche mese chissà: questo non sembra voler smettere anche se fa tanto il signore, il distaccato, il sostenuto. Immagini da nobile. Principe. Perché la movenza è quella lì, fatta di grazia, garbo, sinuosità. Diego non strappa mai un colpo, trasforma in stilosa anche una spaccata come quella contro la Reggina: la palla arpionata, spostata da un piede all’altro, colpita cadendo. Gol, ancora. Gol, sempre.
Dicono questo sia il miglior Genoa del dopoguerra, meglio di quello di Bagnoli, di Signorini, Aguilera, Skuhravy. Vero? Falso? Boh. Tanto quello è passato e questo esiste adesso: lo prendi e te lo tieni, perché fa niente se è meglio o peggio, l’importante è che ci sia, che giochi, che diverta. La maglietta, il campo, le porte, gli spalti. Arrivi al Ferraris ti siedi e vai. Diego è la sintesi, è il simbolo. Borriello era un’eredità complicata per la quantità e non per la qualità, perché qui lo sapevano come giocava Milito. L’avevano visto in B, l’avrebbero visto pure in C, perché dice che sarebbe rimasto quell’anno assurdo della promozione diventata doppia retrocessione. L’anno della presunta valigetta con i contanti scambiati prima di un Genoa-Venezia: Diego aveva portato la squadra in A e la giustizia l’aveva mandata in C per illecito sportivo e tante altre cose. Non aveva senso tenerlo per umiliarlo in terza serie. Adesso il senso c’è tutto: Milito ritorna, si prende la squadra che l’ha scoperto, la trascina, la spinge. Zona Uefa. Troppo? Gasperini non sa, non dice, poi si lancia: “Perché no?”. Appunto, perché? Sta zitto anche Milito, non per scaramanzia, né per mancanza di fiducia. Qui c’è il carattere, un modo di essere che ha fatto dire a qualcuno che “abbia già segnato in tre anni al Genoa più gol di quante parole spenda in una giornata, che non arrivano a 45”. I gol sono 43 in campionato, una manciata in coppa Italia. Tanti, una media più alta di chiunque altro abbia mai messo la maglia del Genoa. Borriello faceva il figo l’anno scorso, Diego fa impazzire oggi. Diversi e uguali. Diversi come gioco, come vita, come futuro. Uguali nei numeri, solo che Milito piace di più perché non c’è comproprietà, non ci sono pendenze: è del Genoa e anche di un po’ di Genova. Il Real? Si dice, ovvio. Si dice di ogni calciatore che giochi in Europa e segni oltre la media. Milito adesso è il migliore al prezzo più competitivo. Non se ne andrà, comunque. Non quest’anno, né il prossimo, a meno che Preziosi non decida di mettersi contro mezza città.
Diego è Genoa, è la speranza di togliersi il peso della lotta per non retrocedere e giocarsela per qualche altra cosa. Anche per niente, ma per quel campionato sereno che ti porta allo stadio pensando “adesso mi vedo uno spettacolo”: niente tensioni, niente ansie, niente patemi. Oggi e solo oggi: la partita, lo show, i gol, il calcio in quanto calcio. Milito serve a questo. El Principe, la rivincita di una manica di stranieri che non sono Ronaldinho, però condiscono il pallone. Quant’è bello avere ogni anno una scoperta? E’ bello anche pensare che lo sia anche se non lo è. Milito ha fatto il giro del Sudamerica col Racing di Avellaneda e poi il giro d’Europa con il Saragozza. Genova non c’entra per un attimo, nel senso che lì sapevano già chi fosse e allora lo stupore ora è del resto d’Italia, convinta di aver svelato un nuovo fenomeno, certa di aver rivelato al mondo un giocatore inaspettato. Perché ne parlano tutti come se lo vedessero per la prima volta? Diego è uno da quadripletta al Real Madrid. Il primo di destro, dopo un controllo al volo nell’area piccola; il secondo, finta a rientrare e colpo d’esterno a superare Casillas; il terzo e il quarto di testa. Era la stagione 2005-2006, in semifinale di Coppa del Re. Ai quarti aveva giocato contro il Barcellona: vittoria del Saragozza, con doppietta di Milito. Sei gol che possono bastare a raccontare un personaggio e a definire una carriera. Puoi trovare anche il Real peggiore della storia, però se riesci a fargliene quattro in una partita sei comunque un campione. Invece l’Italia lo scopre adesso, come se tutto quello fatto finora non valga nulla, come se contino solo i dieci gol di quest’anno. Ovvio che contano, ma con gli altri, non senza. Contano perché sono la certificazione, il sigillo, il timbro dell’“eccomi, sono Diego Milito e faccio gol a chiunque”. Il che è vero come poche cose nel mondo del pallone. Di potenza, di rapina, di classe, di piede, di testa, su rigore, su punizione. Milito fa gol, punto. Dici: è il suo mestiere. Giusto, però qui allora comincia a contare anche il dettaglio. Cioè come. Perché questo unisce la fame del bomber alla classe di chi potrebbe anche fare soltanto l’assistman.
Principe, allora. Francescoli è il termine di paragone stilistico e fisico, ma non strettamente pallonaro. Diego lo metti tra quelli alla Van Nistelrooy: gli attaccanti moderni che difendono il pallone, che lo accarezzano, che non fanno differenza tra i piedi. Ruud è l’eterno erede di Van Basten. Diego di chi? Se glielo chiedono fa una smorfia e basta. Forse sorride. Non cerca paragoni, non ha idoli da usare come chiavi per entrare nell’asse ereditario di qualcuno. Maradona? Ogni argentino si ispira a lui. Diego no. Batistuta? Bé, se non ami el Pibe, allora sei fan di Gabriel che con Dieguito litigò al Mondiale ’94. Milito non ti dice né uno né l’altro. Non lo faceva prima e figurarsi adesso che Maradona è commissario tecnico della Nazionale. Alla Stampa, qualche giorno fa, ha parlato di Messi: “Deve vedere cosa è Lionel: piccolo ma con le cosce che sono il doppio delle mie, un torello. E poi il carattere: entra nello stadio del Chelsea come se fosse il cortile di casa sua”. La differenza del Principe: niente idoli del passato, ma Messi che è più giovane di lui, che è quasi già una generazione dopo. Perché Diego vede il futuro più che il passato e se deve scegliere di andare a ritroso allora non ti parla di qualche grande ex, ma di suo fratello Gabriel che oggi è al Barcellona ed è il ricordo più frequente dell’infanzia, della giovinezza, dell’adolescenza. Famiglia è pallone. Perché questa non è la rivincita del calciatore strappato a una periferia difficile: non ci sono polvere, scarpe rotte, magliette bucate, palloni di pezza. Questa è storia di una villetta borghese di Bernal, un sobborgo di Buenos Aires. La storia di una famiglia normale, di due ragazzi che hanno studiato e che avrebbero continuato a farlo, di due che senza il calcio avrebbero fatto comunque qualcosa. Non c’è riscatto. Non c’è rivalsa. Non c’è scalata sociale. Forse è per questo che non ci sono idoli veri: non ce ne era bisogno perché non c’erano storie da imitare per sentirsi qualcuno. Diego è cresciuto giocando con Gabriel, tenendolo dietro, alle spalle, perché lui, il minore, fa il difensore centrale. Perfetti, complementari e mai una volta compagni. Perché uno finì al Racing Club di Avellaneda e l’altro all’Independiente. Cioè stessa città, ma squadre diverse. Cioè derby. Cioè una volta anche un litigio tra i fratelli perché Gabriel marcava Diego ed era come se marcasse chiunque altro: i tacchetti sui polpacci, le ginocchia sulle cosce, i gomiti sulle spalle. Mai insieme in campo, attaccati nella vita, compreso quel giorno del 2002, quando a distanza di cinque minuti l’uno dall’altro ricevettero la chiamata della Polizia: “Hanno rapito suo padre, venga immediatamente”. Si ritrovarono al commissariato, c’era anche la madre. Nel cortile l’Astra bianca del padre Jorge: era stato avvicinato la mattina mentre andava al lavoro. A un semaforo, lui fermo e un gruppo di uomini davanti a lui. Armati. “Scendi”. Lo presero e lo portarono via, chiesero duecentomila dollari di riscatto. Diego e Gabriel insieme per pagare. Avevano 23 e 22 anni, nel 2002. Diciannove ore di sequestro, poi il pagamento e la liberazione: Jorge da allora vive più protetto, così come la moglie. I figli hanno contribuito a rendere più sicura la vita dei genitori, perché i soldi degli ingaggi permettono tutto questo e anche altro. Diego è arrivato in Europa neanche un anno dopo il rapimento di suo padre. Genova perché pare che Preziosi avesse avuto una segnalazione e chiese al suo capo degli osservatori per il Sudamerica di andare a vederlo. Cioè Renato Favero, l’ex terzino destro baffuto della Juve anni Ottanta: vide Diego, prese appunti, cerchiò il nome e tornò a riferire al presidente. Preso a gennaio per la serie B. Dodici gol in mezzo campionato, ventuno in quello successivo intero. Ventuno per arrivare alla serie A e teoricamente fare coppia con Ezequiel Lavezzi, perché Preziosi aveva chiesto a Favero di andare a prendere El Pocho e lui l’aveva preso. Poi la maledetta valigetta con i soldi eccetera. Allora la serie C: niente Lavezzi e alla fine anche niente Principe. Perché bisognava venderlo, ovvio. Saragozza. Scelta di Diego per andare nella Liga e per andare da Gabriel, il fratello arrivato in Aragona nel 2003.
Adesso dicono che Diego fosse andato via controvoglia. Fa parte del gioco scatenato attorno a lui nelle ultime settimane. Spuntano ristoratori che raccontano di sms frenetici ogni domenica: “Voleva sapere che cosa avesse fatto il Genoa”. Ci sta, perché Milito non sarebbe andato via da Genova se non fosse successo il caos della retrocessione per sentenza. Però è vero che lì, a Saragozza è stato alla grande. Forse è lì che è maturato davvero per arrivare a essere quello che è ora: completo e sereno. Leader. Gol a ripetizione, uno dopo l’altro, uno più bello dell’altro. Uno per tutti, quello all’Athletic Bilbao: scatto, stop, finta verso l’esterno, rientro all’interno, tiro e gol. Questo perché è semplice ed efficace, perché si specchia esattamente in quello che è Diego: l’essenzialità che si trasforma in straordinarietà. Quel gol racchiude l’idea e il risultato. Quel gol festeggiato con il pugnetto destro che fa avanti e indietro. Roba classica, senza bisogno di esultanze particolari, strane, curiose. Dice che lui è così, semplice. Esattamente come i suoi gesti. Poi agli altri fa dire che è riservato, schivo, poco personaggio. Ma come? Genoa ottavo con il capocannoniere momentaneo della serie A in squadra e lui non parla, non fa il fenomeno, non accetta l’ospitata nella grande trasmissione tv. “Meglio a casa”, ha scritto il Secolo XIX martedì. Cioè in un appartamento a Quarto dove vive con la moglie Sofia e il figlio Leandro. Il ritratto che ne esce è quello di un pantofolaio che apre la porta, si toglie le scarpe, resta in tuta e ciabatte, accende la televisione e guarda gli altri come lui, ma a volte peggio di lui che discettano di calcio in tv. Impacciato, secondo qualcuno. Timido, secondo altri. Tutti e due messi insieme, a leggere le cronache postume del suo arrivo a Genova: alla presentazione della squadra invitarono una ballerina di tango e lui, Diego, argentino di Bernal, non riuscì a completare neanche un passo davanti alle risate imbarazzate dei compagni. Antonio Cassano non è un chiacchierone, ma Genova sa molto più di lui che di Diego Milito. Ok, adesso Tonino s’è sfogato nell’autobiografia, però resta un riservato, uno difficile da beccare per la paparazzata facile facile al ristorante o in una discoteca. Fa la figura del grande viveur se lo paragoni a Diego. Di lui i giornali e la gente fatica a sapere persino le classiche risposte da prima intervista. Qual è il tuo cantante preferito? Che cosa ti piace dell’Italia? Non l’abbiamo saputo nel 2004, non lo sappiamo adesso. Meglio così. Perché lo rendono diverso dalla banalità, lo tirano fuori dal cliché. Anti-personaggio fino in fondo, o almeno fino a quando non sarà costretto dal club a mettersi in piazza. Allora verrà fuori tutto: la pasta, l’asado, la sua playlist dell’iPod, il cabernet oppure la Coca Cola. Genova aspetta, mica ha fretta. Quanto vale adesso? Dicono trenta milioni di euro. Abbastanza per fare pensare che durerà poco, perché non c’è solo il Real, ma ci sarebbe anche l’Inter. C’è sempre di tutto, certo. Quest’anno ci doveva essere il Tottenham: era il concorrente del Genoa per prenderlo. Diego voleva Genova, poi la crisi economica, il buco lasciato da Bear Stearns nelle casse della società di Londra, hanno agevolato. Guadagna tanto: due milioni e mezzo di euro. Nel Genoa non c’è nessuno che costa così. Nessuno si lamenta, nessuno parla. Quattro rigori, sei di destro, due di sinistro, due di testa. Il pugnetto che fa su e giù, a volte anche tutti e due. Si può spendere per uno così. I gol valgono assegni in bianco. A Genova quasi.
di Beppe Di Corrado
martedì 2 settembre 2008
domenica 18 maggio 2008
martedì 14 agosto 2007
giovedì 18 agosto 2005
Da Oggi tutti i post e la rassegna Stampa...
Li trovate :
http://grifoni.blogspirit.com
Quindi qualunque aggiornamento sulla situazione Genoa li troverete unicamente su quel Blog.
Grazie per la vostra massiccia partecipazione e per i vostri preziosi suggerimenti.
Ciao e forza ZENAAA
Grifone Volante
http://grifoni.blogspirit.com
Quindi qualunque aggiornamento sulla situazione Genoa li troverete unicamente su quel Blog.
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Ciao e forza ZENAAA
Grifone Volante
sabato 13 agosto 2005
Sara' serie A
martedi' il Giudice Vigotti rinvierà gli atti alla Corte Costituzionale congelando la sentenza della CAF ed imponendo l'iscrizione del Genoa alla serie A. alle ore 18. 30, su Canale 5, ci sarà il sorteggio ufficiale dei calendari, con il Genoa in serie A il Tar del Lazio non ha competenza sulla violazione di diritti costituzionalmente garantiti. La giustizia sportiva è autonoma, ma subordinata alla fonte primaria del diritto, cioè la Costituzione.
la Corte Costituzionale si pronuncerebbe fra circa due anni.
Il giudice ha però la potestà di congelare il provvedimento della CAF obbligando la FIGC ad iscrivere il Genoa alla serie A. E' una ipotesi prevista dalla dottrina giurisprudenziale e pienamente legittima. la cita anche l'articolo scritto oggi sulla sezione genovese della Repubblica da Massimo Calandri. (cfr grifoni.blogspirit.it)
la Corte Costituzionale si pronuncerebbe fra circa due anni.
Il giudice ha però la potestà di congelare il provvedimento della CAF obbligando la FIGC ad iscrivere il Genoa alla serie A. E' una ipotesi prevista dalla dottrina giurisprudenziale e pienamente legittima. la cita anche l'articolo scritto oggi sulla sezione genovese della Repubblica da Massimo Calandri. (cfr grifoni.blogspirit.it)
mercoledì 10 agosto 2005
Noi battiamo le mani
come veri genoani -------------------------- che nessuno osi mettersi in mezzo da qui a martedì alla linea di difesa proposta dall'avv. D'Angelo in accordo con la società genoa cfc ------------- ogni azione anche che sembri difensiva è fintamente tale, e può solo creare turbative e rendere tutto più difficile -------------- oltre a un mio pensiero, lo è anche della difesa sopra citata, non so se mi spiego.... ----------------------- chiunque si metta in mezzo, si mette contro il genoa e i suoi tifosi, non so se mi spiego.... ------------ chiunque si mette in mezzo mette a repentaglio la nostra serie A, non so se mi spiego...... ----- Primi a Nascere - Ultimi a Morire - Difficili da Abbattere - Dal 1893
Chiave della Vicenda
"La Figc conferma tuttavia che l'inizio dei campionati è fissato per il prossimo 28 agosto (il 26 per la serie B), una data immodificabile perché, tra l'altro, collegata al calendario della nazionale italiana in vista dei Mondiali 2006. " (da Yahoo) non mi pare che tra il 17 e il 27 ci siano i tempi per ripetere il processo sportivo. Se si uscisse dal Tribunale di Genova con una sentenza arrivata dopo una mediazione del Giudice tra le parti, a mio avviso, sarebbe la soluzione migliore per per il Genoa, anche se prevedesse una penalizzazione. Verrebbe messa la pietra tombale sulla eventualita' di ripetere il processo sportivo, la FGCI non ne uscirebbe completamente umiliata (purtroppo bisogna comunque conviverci) e Preziosi avrebbe tempo fino alla fine del mese per fare gli ultimi acquisti. God save the Joker!
lunedì 8 agosto 2005
Riceviamo e pubblichiamo
Oltre al ricorso ai sensi del 700 occorre appellarsi al ministro come titolare del potere di vigilanza sul CONI.
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(Speriamo che venga fatto tutto il possibile per il Vecchio Balordo...)
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(Speriamo che venga fatto tutto il possibile per il Vecchio Balordo...)
sabato 6 agosto 2005
Il Napoli
Fateci caso: le due squadre con la tifoseria più bella d'Italia, con i gemellati per eccellenza, (il figlio di Maradona ha provato nelle nostre giovanili) sono le due squadre più tartassate e osteggiate dai potenti del calcio. Ho letto tutti i post da due giorni ad oggi ma nessuno che mai abbia nominato il Napoli. L'unica squadra che non ci ha messo nella lista dei ricorsi per mancati pagamenti all'INAIL. Eppure Napoli avrebbe un mare di ragioni x tornare nel calcio che conta. In C hanno fatto 50. 000 spettatori e tutti abbonati. Dimostrano di essere un pubblico maturo. Niente proteste, niente manifestazioni, neppure striscioni contro la Federazone. Eppure a Napoli vivono per il Napoli. Hanno provato ad invitare Maradona, forse speravano in un colpo di fortuna, ma non c'è stato nulla da fare. Sono ancora in "C" Se la Genova che conta ha deciso che deve esistere una sola squadra di calcio a rappresentare la città, questo sarà sempre, anche in futuro. Che sia C, B o A E poi lasciatemelo dire: saranno dei grandi avvocati i nostri ma obbiettivamente vorrei trarre una considerazione: se sapevano tutti che l'illecito c'è stato, se in mezzo alle intercettazioni è venuta fuori la frase della incriminazione, perchè gli avvocati sono andati avanti nel difendere una causa persa? Se già si sa che siamo in "C" perchè scaldarsi tanto in un arringa magistrale mentre quelli che ascoltano, si fanno delle risatine di nascosto e rigettano tuitto quello che viene presentato? Allora tanto valeva portare avanti un processo con risultato scontato. Si pensava, come ha fatto il prof Coppi, che dimostrando di poter smontare un accusa di illecito tutto si sarebbe risolto e loro, seduti e contenti a rifare da capo il processo? Ma per favore siamo seri. Hanno tagliato le gambe anche a Coppi già a Milano. Gli hanno detto "E' proprio un campione" e poi giù una coltellata alla schiena. A Roma la farsa della CAF A Coppi non hanno detto nulla però sul tavolo avevano già pronta la sentenza. E poi mi sia concessa ancora una cosa: Preziosi, abilissimo nel commercio, che si fa infinocchiare da 4 magistrati : nella sua infinita ingenuità riesce a dire che "lo sanno tutti che alla fine del campionato tra squadre amniche non è il caso di dannarsi l'anima per fare la partita. E questo davanti ad una disciplinare. Insomma cmq vada a finire chi ne fa le spese è il Genoa come lo è stato il Napoli per ragioni diverse e come è oggi il Torino in B (altro gemellato) ABBIAMO DEI GEMELLI PROPRIO BELLI. SCUSATE LO SFOGO MA ERANO PENSIERI CHE AVEVO LI DA TEMPO IERI OGGI DOMANI SEMPRE GENOA OVQ TU SIA.
giovedì 4 agosto 2005
Commenti a freddo
Il provvedimento del garante non mi è giunto troppo inaspettato. Si tratta infatti di un organo politico che non ha avuto e credo non avrà mai un ruolo effettivo nel panorama italiano, posto che le violazioni della privacy nel nostro paese sono innumerevoli e quasi mai si fa qualcosa per evitarle. La decisione di non luogo a procedere, quindi, si sposa con quella cultura del lasciar fare che mai ha trovato contrasti in Italia. Ieri dicevo dell'accostabilità del caso Genoa al caso Antonveneta. Lì è nato un terremoto politico (anche per la presunta intercettazione di un'utenza del Senato), qui no. Tanto per loro è solo una squadra di calcio. Tanto per loro Preziosi ha comprato la partita e checosavogliamoancoradaloro. Beh, a color che stanno già pensando di scrivere l'epitaffio del Grifo, faccio oservare che, indipendentemente dal discutibilissimo tenore del provvedimento, lo stesso è riferito o riferibile al caso Borgobello ed alla parte in cui si vociferava egli avesse telefonato a persona di sesso femminile diversa dalla moglie. Chiaro che l'eventuale provvedimento di inutilizzabilità avrebbe travolto tutto, ma è giusto anche precisare i confini di questa sconcertante decisione. Praticamente, io sono talmente garantito nella mia privacy che: possono mettermi le microspie in camera anche se non sono indagato, possono sentire tutti i cavoli miei, possono trascrivere o riassumere tutto quanto sentono o pensano di avere sentito, possono anche, di fatto, divulgarlo, possono dare tutto in mano ad altra autorità, previo sbianchettamento (che in realtà non credo ci sia stato: chiedete a Borgobello cosa è saltato fuori durante il suo interrogatorio all'ufficio Indagini), tanto va tutto bene. Epperò a noi avvocati, tra poco, faranno il contropelo se per caso venisse uno strenuo difensore della privacy a controllare se tutte le mie pratiche sono anonime in modo che non si possa capire il nome dell'interessato. In questo caso non credo che il sollecito e "garantista" Garante emetterebbe analogo provvedimento. A nulla rilevando che nelle stanze dei Pubblici Ministeri e nelle aule del Tribunale ci sono i fascicoli con nome cognome, indirizzo e data di naascita (per non sbagliare) associati al presunto reato contestato a ciascun interessato. Ma lì la privacy non vale. Comunque sia, non è che le cose per noi siano cambiate molto. La situazione non è migliorata, questo no, ma non è neppure peggiorata. Con ciò voglio dire che non è andato a segno un affondo dell'amico Mascia, ma che tale risultato non pregiudica quello che sarà il procedimento davanti alla CAF. Poi, se i giornali hanno dato un risalto esagerato alla notizia in chiave negativa per noi, la cosa non deve stupire, visto che è dall'inizio che, salvo qualche eccezione, i media hanno verso di noi un atteggiamento di radicale antipatia. Basti pensare l'agghiacciante risposta ricevuta da un amico writer e riportata sul muro di ieri rispetto ad una mail inviata al giornale Alto Adige (o Sudtirol). I giornali i processi li fanno prima, amici miei. Per loro Joker è già colpevole e pazienza se la tesi difensiva è sorretta, al di là delle eccezioni preliminari che definire fondate è poco, da argomentazioni logiche e fattuali che non zoppicano minimamente, contrariamente alla inquisitoria (nel senso di Torqemada) tesi di accusa. Pazienza se il secondo giudice non si è ancora pronunciato. Pazienza se il garante ha detto che, in pratica, è lecito farsi i cavoli degli altri mediante cimici apposte ovunque. Tutto questo va bene, purché non ci vada di mezzo qualche pezzo grosso. Allora la cosa è diversa. Che vergogna, amici miei. L'unica cosa che mi sento di dire, volendo rimanere speranzoso ed ottimista, è che mi auguro, qualora si vincesse in appello, che coloro che vorranno saltare sul carro del vincitore siano presi a robusti calci nel culo.
Datemi un motivo per crederci

Nel giro di un mese un tracollo di ben due categorie, squadra che verrà presumibilmente dissolta, allenatore che parte e danno economico devastante. Nonostante gli ottimismi e le speranze non vedo a cosa ormai potremmo attaccarci, siamo fatti. I tentativi di appigliarsi al diritto (in questo caso è un minuscolo voluto) sono puerili esercizi accademici di fronte alla furiosa determinazione di qualcuno di cancellarci dalla faccia della terra. Qui non c'è argomento che tenga, a prescindere dalla colpevolezza o meno della società: vogliono cancellarci, lasciarci sui libri di storia, farci fare la fine della Provercelli o del Casale, farci diventare dei simpatici fenomeni da baraccone. Leggete lo score degli scudetti degli ultimi anni: quante squadre oggi possono seriamente ambire al titolo ? quante squadre lo hanno vinto di recente senza pagare il fio per la loro "ubris" ? sarà un caso ma dalla fine del sorteggio completo nessuna "provinciale" ha più vestito lo scudetto dopo il Verona di Bagnoli. L'altra sera ascoltando una delle penose trasmissioni lombarde sul calcio mi hanno impressionato le telefonate. Tifosi di juve, milan ed inter da ogni angolo d'italia, persino da città con storie calcistiche importanti come firenze o napoli, persino adulti o persone di mezza età. Il calcio è morto per il semplice motivo che non c'è più il campanilismo italico dietro la squadra della propria città. Rileggete il bellissimo articolo di Claudio G.Fava (respect! ) dove sono le domeniche con la radiolina, le giacchette nere, ameri, le figurine, il cuscino lanciato in campo, i lama che sputano dai distinti sul guardialinee ? non c'è rimasto più niente di niente. Adesso ci sono soltanto loro tre. Non seguo la serie A da anni, (ben prima della nostra retrocessione), seguo solo il Genoa e soddisfo su campetti di terra battuta il desiderio di vedere calcio "vero". Adesso nemmeno quelli...tutto sintetico, tutto bellissimo e plastificato. L'altra sera esco da un campo di quelli un tempo "disperatissimi", niente fango e polvere sulle scarpette...intonse, lucide e perfette come appena comprate. Tutto asettico, plastificato, pulito, perfetto. In quel momento ho realizzato come un fulmine, un lampo nella testa, che se ci retrocedono dopo un campionato DOMINATO come questo, per quale motivo dovrei continuare a credere che un domani ci "consentiranno" anche solo di risalire in serie B ? come sempre nella vita è meglio rimanere all'oscuro di tutto, perchè sapere fa male, malissimo. Ora noi sappiamo con certezza che il gioco è truccato. Cosa fate se vi accorgete che il croupier bara ? gli spaccate il tavolo sulla testa ? o vi alzate e dite buonasera ? mi fanno tenerezza i cuginetti, convinti di "contare"...si saranno accorti adesso del motivo per cui non possono spingersi "oltre", del motivo per cui non si comprano i campioni..volete dirmi che garrone non ne avrebbe la possibilità ? nossignore, la regola è "non disturbare il manovratore" chi trasgredisce viene punito ed allora tutti vivacchiano tra la a e la b, o magari con qualche puntata in coppette da quattro soldi, ma Coppa dei Campioni e scudetto non si toccano. Adesso lo sappiamo, abbiamo visto negli occhi la Verità. Ho pensato e creduto di poter continuare a vivere (anche) di calcio seguendo solo la mia fede, facendo finta di non vedere le porcate degli ultimi anni, gli scudetti rubati all'inter, i fallimenti manovrati, le vendette contro questo o quello, le fideiussioni, i debiti, le banche, il doping e tutto il carrozzone di puttane e ruffiani che segue questo sport (se ancora possiamo chiamarlo così). Mi ero illuso. Adesso veramente non ci credo più. Non credo più che sia possibile vincere solo perchè si è bravi, ci vuole dell'altro. E soprattutto non voglio diventare come i doriani, guardateli, sono in coppa uefa e sono tristi. Tristi per un campionato triste, fatto di allenatori tristi e giocatori tristissimi, se non avessero avuto noi su cui parlare, spegnevano la tv e la riaccendevano alla prima di campionato. Sono rinchiusi in un acquario, anzi in una boccia, convinti che sia l'oceano...gli auguro di non prendere una facciata sul vetro come è successo a noi.
mercoledì 3 agosto 2005
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