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lunedì 7 febbraio 2011

Storia del Genoa 5

TANTO RUMORE PER NULLA

Nell'estate del 1930, arriva una notizia bomba: il Genoa ha acquistato Stabile, detto El Filtrador, una delle maggiori stelle del calcio mondiale. L'attaccante argentino, però, non riuscirà mai a calarsi nella realtà italiana. Il Genoa arriva quarto nel 1930-31, ma il dissidio tra i giocatori e Szekany è ormai evidente: la società manda via il tecnico e opta per la soluzione interna Stabile-Burlando. Ne deriva un pessimo undicesimo posto.

Nell'estate del 1930, una vera bomba mise a soqquadro l'ambiente calcistico nazionale: il Genoa, appofittando della normativa sugli oriundi, tesserò Guillermo Stabile, attaccante della nazionale argentina e dell'Huracan, uno dei più rinomati bomber della scena internazionale. Insieme a lui, arrivavano dall'Argentina i mediani Orlandini e Giglio, prelevati dal Deportivo e il terzino Pratto, anche lui dell'Huracan. L'arrivo di Stabile, proiettava il Genoa tra le maggiori favorite per lo scudetto e seminava entusiasmo in una tifoseria che ormai non nascondeva le sue mire. Purtroppo le cose andarono in maniera molto diversa. Un pessimo inizio, che vide la squadra di Szekany accumulare un grande distacco dalla vetta, lasciò ben presto i grifoni fuori dalla lotta per il titolo divampata tra Juventus e Roma.
L'esordio di Stabile, avvenuto all'ottava giornata, dette una scossa ad una squadra sull'orlo della crisi, portando una ventata di entusiasmo in un ambiente che tendeva pericolosamente alla depressione. In quella gara, El Filtrador segnò una straordinaria tripletta che sembrava la conferma delle eccezionali referenze che ne avevano accompagnato l'avvento, ma già nella successiva trasferta romana contro la Lazio, la cruda realtà venne alla luce. Quel giorno, infatti, i biancocelesti misero alle costole di Stabile un mastino come Furlani, il quale ben presto impedì all'attaccante argentino ogni movimento, vanificando in tal modo la mole di gioco che la squadra creava. Il 5-0 della Rondinella, indusse Szekany a modificare qualcosa nell'atteggiamento dei suoi giocatori, spingendoli a cercare altre soluzioni offensive. Il risultato fu ottimo, tanto che il Genoa, che alla settima giornata aveva otto punti di distacco dalla vetta della classifica, terminò al quarto posto a soli sette punti dalla Juventus. Naturalmente, a risentire del mutamento tattico fu Stabile, il quale alla fine della stagione poteva vantare soli sei goal in tredici partite. Anche i suoi connazionali, dimostrarono ben presto di non essere fulmini di guerra: Orlandini e Pratto, più il secondo del primo, arrivarono ad una striminzita sufficienza, mentre Giglio, che pure poteva vantare trascorsi col Boca Juniors, non riuscì mai a dimostrare di poter essere competitivo in un torneo difficile come il nostro. Molto meglio andò un altro rinforzo estivo, quel Berardo Frisoni che, acquistato dal Brescia, formò con Albertoni e Barbieri una solida mediana, capace di filtrare il gioco avversario e di rilanciare nel modo più appropriato per gli avanti rossoblù. A frenare parzialmente il cammino del Genoa, fu anche il dissidio ormai aperto tra Szekany e lo spogliatoio: la società decise di tagliare la testa al toro allontanando Szekany e puntando su una soluzione interna che prevedeva Stabile e Burlando in panchina.
La campagna trasferimenti vide l'arrivo di Mazzoni, interno modenese che si era messo in grande evidenza tra i canarini e di Esposto, attaccante argentino prelevato dall'Huracan, mentre assai più corposo era il capitolo delle cessioni. Partivano, infatti, Ercole Bodini, ceduto al Bari, l'ottimo Albertoni, alla Pro Patria, il terzino Lombardo, che dopo l'avvento di Pratto aveva trovato poco spazio, e l'interno Notti, all'Alessandria. Soprattutto la partenza di Albertoni destava seri dubbi, in quanto rendeva chiaro il proposito di puntare su Orlandini e Giglio, dei quali però era ormai abbastanza chiara la tendenza ad estraniarsi dalla contesa quando il clima si faceva arroventato. In un campionato dove l'agonismo faceva spesso premio sulla tattica, la mossa di Stabile e Burlando sembrava azzardata e l'inizio del torneo 1931-32 si incaricò di rendere subito evidente questa realtà. Già all'undicesima giornata, il Genoa si trovava a sette lunghezze di distacco dal Bologna capolista, ma il peggio doveva ancora arrivare e fu ancora una volta Roma, stavolta il campo di Testaccio, a rendere nel modo più chiaro lo stato effettivo delle cose. Il consueto furore agonistico che la Roma usava squadernare quando giocava nella sua tana, incenerì ogni pallida resistenza genoana, producendo un sonoro 6-0 che non fu ancora più schiacciante solo perché dopo aver segnato cinque reti in cinquanta minuti, i capitolini non vollero infierire nella ripresa su una squadra palesemente in crisi. La dirigenza cercò di correre ai ripari, associando l'ungherese Karl Rumbold alla guida tecnica, ma ormai il danno era stato fatto: il Genoa chiuse all'undicesimo posto un mediocrissimo torneo in cui l'unica nota lieta fu la conferma ad alti livelli di Mazzoni, capace di mettere a segno undici reti che evitarono una ulteriore caduta le cui conseguenze avrebbero potuto essere devastanti.



COMINCIA IL DECLINO

La dirigenza conferma Rumbold, ma procede ad una campagna acquisti minimale. Arriva l'ennesimo bidone argentino, Ganduglia, ma vengono ceduti Banchero e Levratto. Per fortuna del Genoa, esplode Esposto, le cui reti evitano ulteriori sofferenze. L'ottavo posto finale rende però evidente che il sogno di raggiungere il decimo scudetto, è destinato a rimanere tale e che bisogna ridimensionare gli obiettivi.

Il pessimo comportamento della squadra nel torneo appena concluso, spinse la dirigenza ad accantonare la soluzione interna puntare sul solo Rumbold, il quale aveva dimostrato la sua competenza nell'anno appena concluso e sembrava il più adatto a cercare di rimettere insieme i cocci di una squadra che sembrava aver perso la bussola. Se la scelta di Rumbold poteva essere considerata logica, assai meno avveduta sembrò la valutazione tecnica che dette luogo ad una campagna acquisti minimale, a seguito della quale arrivarono l'argentino Ganduglia dal Ferrocarril, il mediano Godigna dal Perugia e l'ala Ferrari dalla Roma. Proprio alla Roma fu invece ceduto Elvio Banchero, mentre verso Milano, direzione Ambrosiana, partiva Levratto, reputato ormai sul viale del tramonto.
Se la partenza di Levratto, che negli ultimi due anni aveva nettamente abbassato le sue consuete medie realizzative, poteva colpire più dal punto di vista affettivo, ben più grave poteva essere considerata quella di Banchero, che negli anni precedenti era stato una vera e propria colonna della squadra, tanto da arrivare alla maglia azzurra. La campagna acquisti, sommata al non eccelso torneo precedente, provvide a seminare grandi dubbi nella tifoseria, proprio in considerazione di acquisti che non solo non sembravano poter garantire un salto di qualità, ma neanche una navigazione tranquilla in un torneo pieno di insidie, nel quale squadre dalla non precisa identità tecnica potevano rapidamente naufragare. E a rendere ancora più dubbioso l'ambiente genoano, provvedeva l'ostinazione con la quale la dirigenza continuava ad insistere sulla fallimentare pista argentina, prestandosi alle manovre di intermediari senza scrupoli che sino ad allora avevano proposto giocatori che avevano regolarmente fallito o mostrato grandi difficoltà ad adeguarsi alla nuova realtà. Ganduglia era l'ennesima scommessa in tal senso e, visto l'esito dei suoi predecessori, i dubbi sembravano più che giustificati. Oltre a ciò, a destare preoccupazione era anche la valutazione che la campagna acquisti sembrava fare circa la qualità del materiale tecnico messo a disposizione di Rumbold. Le acquisizioni fatte, sembravano di puro contorno e sarebbero state giustificate soltanto in considerazione di una rosa molto più valida di quella esistente. Ferrari era un interno che nella sua precedente militanza romanista non aveva mostrato grandissimi numeri, mentre per Godigna pesava l'incognita del salto di categoria.
All'atto pratico, proprio Godigna, il meno accreditato dei tre, si rivelò l'acquisto più azzeccato, apportando alla mediana una solidità che risultò preziosa in un anno in cui la qualità tecnica della rosa era stata praticamente azzerata dalle cessioni di Levratto (il quale all'Ambrosiana aveva ritrovato d'incanto il rendimento dei giorni migliori) e di Banchero. Ganduglia, come era facilmente prevedibile, era rapidamente naufragato, frenato dall'incapacità di adeguarsi alla durezza delle difese italiche, mentre Ferrari aveva finalmente estratto dal suo sacco doti sino ad allora rimaste in ombra, garantendo un discreto rendimento e formando una buonissima coppia di interni col solido Mazzoni. Il rientrante Stabile, a sua volta, aveva confermato pregi e difetti della prima stagione, segnando sei reti in quattordici gare disputate e alternando ottime gare a partite in sordina che coincidevano con quelle in cui la spada prevaleva sul fioretto. Per fortuna del Genoa, proprio in quell'anno era esploso Esposto, autore di 15 reti e di una serie di partite di alto livello tecnico, cosicchè alla fine di una stagione non proprio esaltante, la squadra di Rumbold riuscì a migliorarsi leggermente rispetto al 1931-32, terminando ad un ottavo posto che aveva comunque evitato maggiori sofferenze. Era ormai chiaro, però, che il sogno di raggiungere il decimo scudetto era destinato a rimanere tale e che gli obiettivi dovevano essere decisamente ridimensionati.



PER LA PRIMA VOLTA IN SERIE B

Rumbold viene avvicendato da Nagy. La campagna acquisti ridotta all'osso, col solo acquisto di Amoretti, prepara il terreno per il calvario del 1933-34. La fragilità della squadra e la totale assenza di risultati in trasferta, uniti all'anno orribile degli attaccanti, portano ben presto la squadra sul fondo della classifica. Il verdetto arriva a tre giornate dal termine, con la sconfitta di Palermo: il Genoa è per la prima volta in serie B!

Se era plausibile che gli obiettivi fossero ridimensionati, in considerazione di un deciso scadimento del materiale tecnico, nessuno poteva però immaginare quello che sarebbe successo di lì a poco. Il primo grande errore fu compiuto dalla dirigenza, che invece di confermare Rumbold, decise di avvicendarlo con un altro ungherese, quel Joszef Nagy esonerato l'anno precedente dal Bologna. Probabilmente, alla base di questo errore ci fu una sopravvalutazione delle forze a disposizione, che spinse qualcuno a ritenere che con un altro trainer si potesse risalire qualche posizione nella scala dei valori. Invece, Rumbold aveva tratto il massimo da una squadra che tecnicamente era ormai lontana parente di quella che aveva fatto sognare la tifoseria e soltanto una accorta campagna di rafforzamento avrebbe potuto ridare linfa ad una rosa che andava sempre più impoverendosi. Accadde esattamente il contrario. La campagna acquisti si ridusse ad un solo vero acquisto, quello del promettente portiere Amoretti, prelevato dal Padova, il quale andava a prendere il posto di Bacigalupo. Sul fronte delle cessioni, c'era inoltre da registrare quella di Frisoni, che sul momento passò abbastanza inosservata, ma che nel prosieguo della stagione riverberò effetti negativi pesantissimi sul rendimento della mediana.
Una campagna acquisti così ridotta non poteva che rafforzare i timori della parte più accorta della tifoseria, anche se si sperava sempre in una esplosione di Stabile e degli altri numerosi argentini che avrebbe potuto ovviare all'immobilismo societario. La buona partenza, che vide gli uomini di Nagy sconfiggere in casa la Pro Vercelli e pareggiare a reti bianche a Napoli, sembrò diradare i primi timori, ma poi alla terza giornata arrivò la Triestina a suonare il primo campanello di allarme. La rete segnata da Rocco nel primo tempo, bastò ai giuliani per violare il campo genoano, ma soprattutto inaugurò un periodo nel corso del quale i rossoblù misero in mostra tutti i difetti di una squadra mal costruita in estate. Già alla sesta giornata, dopo il 3-1 rimediato ad Alessandria, Stabile e compagni si ritrovarono in fondo alla classifica. La successiva sconfitta di Roma con la Lazio inzeppata di brasiliani, fu riscattata una settimana più tardi dalla vittoria interna col Bologna che, accoppiata allo 0-0 di Livorno, sembrò il preludio ad una rapida risalita in classifica. Ancora una vittoria interna, sul Brescia, spinse la squadra di Nagy a metà classifica, ma all'undicesima giornata arrivò la tremenda scoppola di Torino coi bianconeri, un 8-1 maturato quasi completamente nella ripresa che era la più eloquente conferma della fase di involuzione della squadra.
Proprio il rendimento esterno divenne il tallone di Achille dei grifoni. Mentre infatti in casa qualche vittoria ridava linfa alle speranze di poter terminare il torneo senza troppi danni, ogni volta che il Genoa usciva dai confini liguri arrivavano terrificanti scoppole. Il 5-0 di Milano con l'Ambrosiana, il 3-1 di Torino coi granata, il 2-0 di Vercelli, la dicevano lunga sulla fragilità di una squadra che non riusciva a reagire psicologicamente alle avversità. Il sempre ottimo rendimento di Mazzoni, fu vanificato dall'annata terribile in cui incapparono gli attaccanti, a partire da Esposto, lontano parente del giocatore che l'anno prima aveva fatto mirabilie. Stabile non riuscì mai ad elevarsi dalla mediocrità, tanto che la squadra si trovò ben presto priva di un efficace terminale offensivo, aggiungendo questo difetto alla scarsa tenuta dei reparti arretrati. In particolare, si fece sentire l'assenza dell'ottimo Frisoni, che non era stato rimpiazzato adeguatamente, tanto che anche Godigna vide calare fortemente l'ottimo rendimento prodotto nell'anno precedente. Con l'inizio del girone di ritorno, vennero al pettine tutti i nodi che non erano stati sciolti in estate. Alla sconfitta di Vercelli, fece seguito il deludente pareggio interno col Napoli, ottenuto solo grazie ad un serrate finale che aveva prodotto la rete di Godigna. Ancora una rete di Rocco, condannò poi gli uomini di Nagy all'ennesima sconfitta esterna, seguita dal 5-0 interno col Casale che risvegliò le speranze. Era solo una illusione, come dimostrò il prosieguo del torneo. Ad ogni vittoria interna, faceva seguito regolarmente un tonfo esterno e quando la Lazio violò il terreno di Genova, anche i più ottimisti dovettero arrendersi all'amara realtà di una squadra che non aveva la necessaria forza per ritirarsi in piedi. Il calvario dei grifoni proseguì domenica dopo domenica, terminando il 29 aprile del 1933 con la sconfitta di Palermo che condannava matematicamente gli stessi alla prima retrocessione della storia.

Storia del Genoa 4

LA GRANDE BEFFA

Il Genoa è ormai la squadra da battere, per tutti. La finale con il Savoia si rivela una pura formalità. Il Genoa dei genovesi. Un epilogo incredibile: le tre finali contro il Bologna. Lo spareggio di Milano si trasforma in una vera e propria bolgia, per la presenza di squadristi in campo. Arpinati muove le sue pedine e il Bologna la spunta.

Ormai, il Genoa era la squadra da battere, come dimostrò anche nella stagione 1923-24. Arrivato primo nel Girone A della Lega Nord, il Genoa superò il Bologna nelle due finali di Lega per concludere la vittoriosa galoppata con le due finali nazionali con il Savoia di Torre Annunziata che aveva sorprendentemente eliminato le romane Lazio e Alba. L'ultima partita, quella che sancì la definitiva vittoria del titolo, fu giocata il 7 settembre 1924, il trentunesimo compleanno del Grifone. Ad aumentare la soddisfazione, c'era la constatazione che quello degli scudetti degli anni Venti, era un Genoa formato soprattutto da genovesi. Gli unici provenienti da fuori regione, erano il milanese De Vecchi, l'anziano Mariani e il torinese Leale. Il 1924, vide tutta una serie di novità nella rosa di prima squadra, a partire da Sardi che, per sopraggiunti limiti d'età, gettava la spugna, sostituito da quel Cesare Alberti, attaccante del Bologna, ceduto gratuitamente al Genoa in quanto ritenuto finito a causa della rottura del menisco. Operato dal professor Drago (intervento eseguito per la prima volta su di un atleta in Italia) Alberti qualche mese dopo rientrò in campo risultando fino alla sua prematura scomparsa, avvenuta nei primi mesi del 1926 per una infezione virale, una pedina importantissima nello scacchiere di Garbutt. Alcuni incidenti di percorso, nelle eliminatorie, fecero da prologo ad un finale di campionato a dir poco sorprendente. Il Genoa si ritrovò per la terza volta di fronte al Bologna. Nella prima finale disputata nel capoluogo felsineo si imposero i rossoblù genovesi per 2 a 1. Nel ritorno i Grifoni, troppo sicuri del fatto loro, come era successo quattro anni prima con la Pro Vercelli, si fecero battere a domicilio con lo stesso risultato. La "bella" venne disputata il 7 giugno sul campo (neutro) del Milan strabordante di tifosi di entrambe le squadre (arrivati con treni speciali) e di molti milanesi. Ben presto un gran numero di squadristi bolognesi andarono a schierarsi tutt'intorno al rettangolo di gioco. L'arbitro Mauro diede il fischio d'inizio della partita sperando di veder arrivare i duecento agenti promessigli per ristabilire l'ordine, che però non giunsero mai. Alla fine del primo tempo il Genoa conduceva per 2 a 0 (reti di Catto e Alberti). Al 16' della ripresa successe il fattaccio: De Prà, con un balzo felino, riuscì a deviare sull'esterno della rete un bolide di Muzzioli. Mauro prima assegnò il calcio d'angolo, ma poi, a causa della pressione insostenibile del pubblico di fede bolognese, entrato sul terreno di gioco per andare a reclamare il punto insieme ai propri giocatori convinti che il pallone avesse superato la linea fatale prima di finire fuori, dopo aver tenuto duro per tredici interminabili minuti, assegnò la rete al Bologna fra l'incredulità dei giocatori e dei supporter genoani. Premurandosi però di sussurrare a De Vecchi che la partita era da considerare conclusa. Quando a sei minuti dalla fine Schiavio siglò la rete del pareggio mentre Pozzi tratteneva vistosamente De Prà onde impedirgli la parata, De Vecchi e i suoi non rientrarono in campo per i supplementari, convinti che la Disciplinare avrebbe ristabilito la verità. Ma Leandro Arpinati, federale di Bologna e deus ex machina della Federazione calcistica, si attivò con tutta la sua potenza per cambiare le carte in tavola. L'arbitro Mauro, evidentemente minacciato, nel suo rapporto cambiò completamente la versione dei fatti trasformando un'invasione in piena regola in una "presenza di alcuni estranei sul terreno di gioco". La partita doveva così essere ripetuta il 5 luglio a Torino. E terminò ancora in un pareggio (1-1) questa volta in maniera regolare, anche dopo i tempi supplementari. Ma ormai gli animi si erano surriscaldati. Alla stazione di Porta Nuova, nell'immediato dopo partita, da un finestrino del treno speciale dei tifosi bolognesi furono sparati alcuni colpi di pistola verso il treno dei genovesi, fra i quali uno rimase ferito. Il Genoa protestò, inoltrò una richiesta ufficiale perché venissero puniti i colpevoli. La Federazione, ormai nel marasma, non decise nulla. Alla fine i dirigenti genoani si rifiutarono di disputare altri incontri finché le cose non si fossero definitivamente chiarite e ordinarono il "rompete le righe" ai loro giocatori. Dello scudetto 1924-25 se ne sarebbe riparlato in autunno. Ma era un tranello. Improvvisamente da Roma giunse un diktat: la finale si sarebbe disputata improrogabilmente il giorno dopo (18 agosto) alle sette del mattino a porte chiuse allo stadio Vigentino nella periferia milanese. Se il Genoa si fosse rifiutato di giocare sarebbe stato radiato dalla Federazione. I giocatori, praticamente già tutti al mare, furono richiamati in gran fretta, mentre i bolognesi, avvertiti per tempo, avevano continuato ad allenarsi per un mese intero. Il risultato fu scontato: i rossoblù di Garbutt, dopo aver cercato disperatamente di pareggiare la rete segnata da Pozzi al 27' del primo tempo (i petroniani erano rimasti in dieci per l'espulsione di Giordani reo di un fallaccio su Santamaria), furono beffati in contropiede a cinque minuti dalla fine.



L'ADDIO DI GARBUTT

De Vecchi lascia la Nazionale. Arriva il re dei bomber, Felice Levratto. Ecco il professionismo. Il Genoa è costretto a inserire il fascio littorio sulla maglia e a cambiare la sua ragione sociale, diventando FC Genova. Ma il peggio deve ancora arrivare: settori fascisti della società costringono Garbutt a lasciare, in nome dell'autarchia.

Il 1925 era stato l'anno dell'ultima partita di capitan De Vecchi in Nazionale dopo 31 partite con la maglia azzurra, nel corso delle quali il fortissimo difensore aveva dispensato il suo altissimo magistero calcistico anche a livello internazionale. Ma fu anche l'anno dell'arrivo in rossoblù di un nuovo fuoriclasse. Fisico possente, scatto micidiale e tiro al fulmicotone: si trattava dell'ala Felice Levratto, uno dei più celebri sfondareti del calcio d'epoca, acquisito dal Verona. Intanto però le carte si rimescolavano in maniera molto profonda perchè cominciavano le defezioni di alcuni fra i maggiori e più celebrati protagonisti degli ultimi anni: Leale aveva appeso le scarpe al chiodo per dedicarsi alla politica, Bellini passò all'Inter mentre anche Bergamino e Santamaria si ritirarono dall'attività. Le grandi novità interessavano anche il settore dirigenziale ove, nel frattempo, anche il presidente Guido Sanguineti aveva dato temporaneamente le dimissioni per seguire le sue aziende in Sudamerica.
Il 1926 vide una grande novità, l'introduzione dei contratti ufficiali fra le società e i calciatori, che istituzionalizzava il professionismo, prendendo atto di una pratica ormai in voga e portandola alla luce del sole. Per un vero e proprio paradosso, il Genoa, che era stato il capofila dello stesso, nell'era del professionismo non sarebbe più riuscito a ripetere i successi inanellati nell'era dilettantistica. Nei campionati 1925-26 e 1926-27 il Genoa non brillò particolarmente seppur partecipando ai gironi finali in entrambe le stagioni e piazzandosi rispettivamente al terzo e al quarto posto. Il fascismo intanto stava pesantemente contaminando (le finali del '25 avevano rappresentato un primo clamoroso segnale) anche il mondo del calcio, avendone intuito l'importanza propagandistica. Il Genoa fu costretto prima ad inserire il fascio littorio sul proprio stemma, poi ad italianizzare nome e ragione sociale che divennero Genova 1893 Circolo del Calcio. Il peggio era però che alcuni dirigenti genoani, avevano deciso stoltamente di adeguarsi all'autarchia di moda e, dovendo per forza mettere un italiano sulla panchina genoana, avevano spinto lo "straniero" Garbutt a rassegnare le dimissioni. Era la fine di un'epoca, la più bella della storia genoana. Lo sostituì De Vecchi: dapprima l'anziano capitano fu giocatore-allenatore poi, dal dicembre del '28, diede ordini solo dalla panchina. Nel frattempo (il 7 giugno 1927) era stato presentato il progetto per il nuovo stadio di Marassi.



LA FINE DEL GRANDE GENOA

Mentre il calcio italiano si riorganizza in vista del girone unico, il Genoa continua a battersi con grande onore. L'addio di De Vecchi segna la fine di un'epoca. Il Genoa fa il suo esordio in Coppa Europa. Una ottima campagna acquisti porta il Genoa vicino alla stella, ma un errore di Banchero dal dischetto fa svanire il sogno.

Intanto procedeva la riorganizzazione dei tornei nazionali che doveva portare al varo del torneo unico, ed era iniziato il campionato con due gironi nazionali e un girone finale a 6 squadre. Il comportamento del Genoa in questa fase di transizione fu onorevole. Gli anni del dominio incontrastato erano ormai un ricordo, ma la squadra continuava a battersi ad alti livelli. Nel 1927-28, arrivato al girone finale, dovette cedere il passo al Torino del celebre Trio per due soli punti, in un torneo che aveva visto Levratto segnare ben 20 reti in 27 partite. Nel 1928-29 aumentarono ancora le partecipanti al massimo campionato: 16 per ciascuno dei due gironi nazionali le cui rispettive vincitrici si incontreranno in due finali. Ma il Genoa fu solo quarto nel suo girone. Fu quello il campionato dell'addio al calcio giocato di De Vecchi e di Catto (per un brutto incidente al menisco), mentre Burlando diradava notevolmente le sue presenze in prima squadra. Ma fu anche l'anno in cui il Genoa cadde nella sfera politica del fascismo: il 19 febbraio 1929 Giorgio Molfino, segretario politico del GUF, fu invitato ufficialmente a far parte del consiglio della società. Prima ancora che il campionato avesse termine i rossoblù parteciparono allo spareggio con il Milan per poter disputare la Coppa Europa, l'antenata della Coppa UEFA di oggi (la Coppa dei Campioni dell'epoca era chiamata Coppa Internazionale). Dopo due pareggi - 2-2 a Milano, 1-1 a Genova dopo i supplementari e mancando il tempo per una terza finale, le due squadre dovettero affidarsi al sorteggio, che favorì il Genoa. Ma quella prima esperienza in una competizione europea (cui partecipa anche la Juventus) ebbe termine al primo turno quando il Genoa fu sconfitto a Vienna dal Rapid, una delle più celebrate squadre dell'epoca, per 5 a 1. Nel ritorno a Marassi comunque il Genoa si lanciò all'attacco dal primo minuto giocando una generosissima e sfortunatissima partita, senza riuscire a schiodare il risultato dallo zero a zero iniziale (e colpendo ben quattro pali). A settembre la svolta: la Federazione - come già programmato molti mesi prima - dette il via al campionato a girone unico nazionale. E la nuova formula parve portare fortuna al Genoa forte di una squadra piuttosto ben assortita. La campagna acquisti vide l'arrivo del centromediano Albertoni, del portiere Bacigalupo e dell'attaccante Banchero. Con questi elementi base il Genoa disputò un notevolissimo campionato che lo portò ad un soffio dallo scudetto. Il sogno della stella si dissolse in una incredibile partita, la terzultima, giocata proprio contro la capolista Ambrosiana. Quel giorno era la festa dell'Aviazione e prima dell'incontro alcuni velivoli si esibirono in acrobatiche evoluzioni proprio sopra lo stadio. Uno degli aerei avrebbe dovuto lanciare sul prato il pallone della gara con un paracadute. Ma una delle tribune, stracolma di spettatori, crollò e nell'incidente rimasero ferite ben 167 persone tra cui due genovesi. Molti spettatori, nel fuggi fuggi generale, si riversarono sul terreno di gioco. Nonostante tutto la partita venne fatta disputare lo stesso (alle 17 e 20). Al quarto d'ora il Genoa era già in vantaggio di due goal grazie ad altrettante prodezze di Levratto e Bodini. Meazza dopo pochi minuti accorciò le distanze, ma fu ancora Levratto, poco prima della mezz'ora, a riportare il distacco dai nerazzurri a due lunghezze. Dopo tre soli minuti Meazza ristabilì le distanze, replicando al decimo minuto della ripresa. Ad agevolare il suo compito fu anche l'infortunio occorso a Bacigalupo poco prima del pareggio dell'Ambrosiana in uno scontro con lo scatenato Meazza. Il numero uno rossoblù era rimasto stordito e non si riebbe completamente (all'epoca non esistevano le sostituzioni) per tutto il resto dell'incontro. Anzi, ad un minuto dal termine - ancora sotto choc - si fece espellere per aver assestato un pugno all'interista Blasevich che lo aveva caricato piuttosto rudemente, raggiungendo Allemandi che lo aveva preceduto di pochi minuti. A rendere ancora più acuti i rimpianti del Genoa fu però il rigore fallito al 40' della ripresa da Banchero. Il Genoa, dopo il pareggio con l'Ambrosiana, vinse i due rimanenti incontri senza però riuscire ad agguantare i nerazzurri che si aggiudicarono il titolo con sole due lunghezze sui grifoni (50 e 48 punti) secondi assoluti. Era il canto del cigno del grande Genoa. Già nel febbraio dello stesso anno De Vecchi - ai ferri corti con la nuova dirigenza - aveva rassegnato le dimissioni. Fu sostituito da un tecnico magiaro, Geza Szekany. Fu in realtà un ottimo allenatore, ma la sua originalità lo rese ben presto inviso ai giocatori.

Storia del Genoa 3

LA GRANDE GUERRA

Il calcio lascia il posto alle armi: scoppia la prima Guerra Mondiale. Anche il Genoa è costretto a versare il suo contributo di sangue alla vittoria dell'Italia. Muoiono Luigi Ferraris, Adolfo Gnecco, Carlo Marassi, Alberto Sussone e Claudio Casanova. Muore anche Spensley, mentre soccorre un soldato tedesco ferito oltre le linee.

Per quasi quattro anni (dalla primavera del 1915 all'inverno 1918) l'attività calcistica fu pressoché abbandonata. Molti atleti fecero quello che facevano milioni di giovani in tutta Europa, arruolandosi e andando a combattere una terribile guerra di trincea, che vide molti di loro non tornare a casa o tornarci con gravi mutilazioni. Anche il Genoa, come del resto le altre società italiane, dovette pagare il suo tributo di sangue alla Grande Guerra. Il primo a cadere fu Luigi Ferraris (cui sarebbe poi stato intitolato lo stadio di Marassi), poi il portiere Adolfo Gnecco, l'ala Carlo Marassi, l'attaccante Alberto Sussone e il terzino Claudio Casanova, deceduto a Genova per i postumi delle ferite riportate in battaglia. Se è però odioso fare paragoni in questi casi, non si può non mettere in rilievo che il vuoto più grande venne sicuramente lasciato da James Spensley il quale si era arruolato come ufficiale medico nell'esercito britannico e fu ferito in Germania mentre, in linea col suo carattere, stava generosamente soccorrendo un soldato tedesco oltre le linee. Spensley spirò il 10 novembre del 1915 dopo oltre un mese di agonia nell'ospedale militare di Magonza. Venne sepolto - dove riposa tutt'ora - con gli onori militari nel cimitero di Kassel.
Proprio al fine di ricordare il grande contributo dato dalla società rossoblù alla vittoria ottenuta dal nostro paese, il 24 maggio 1920 venne inaugurata nelle tribune dello stadio una lapide commemorativa dei 25 soci del Genoa caduti nel corso del conflitto. Ma oltre ad essi, va ricordato un altro genoano, che già era stato calciatore fra le fila dei ragazzi di Spensley vincitori del primo titolo del campionato riserve nel 1904, il quale si guadagnò la medaglia d'oro al valor militare (cosa piuttosto rara per un vivente) per un'eroica azione: Giuseppe Castruccio nella notte del 22 settembre 1917 era riuscito da solo - sospeso nel vuoto - a portare in salvo un dirigibile italiano gravemente danneggiato dall'antiaerea austriaca e il suo equipaggio.




TORNA IL CALCIO GIOCATO

Torna la normalità e con essa il calcio giocato. La Federazione dichiara la vittoria del Genoa nel torneo 1914-15. Ritorna anche Garbutt. Nuovi protagonisti si affiancano ai vecchi eroi. L'esordio di Ottavio Barbieri. Un incredibile arbitraggio di Varisco con la Juventus spiana la strada all'Internazionale.

Il 1919 fu l'anno del ritorno al calcio giocato. Ma soprattutto, la Federazione decise finalmente (23 settembre) di assegnare il titolo del campionato 1914-15, nominando il Genoa vincitore per la settima volta. La Società rossoblù richiamò i veterani dell'ultimo torneo prebellico e soprattutto fece rientrare dall'Inghilterra Mister Garbutt che non seppe resistere alle sirene di Davidson anche perché il suo stipendio venne aumentato a 8000 lire annue. Ma ai vecchi protagonisti di anteguerra, furono affiancati nuovi protagonisti: arrivarono i fratelli Bergamino, l'ex terzino savonese Ghigliano, il centravanti Brezzi, quasi tutti futuri nazionali. Ma l'elemento migliore il Genoa lo scoprì in casa in occasione di un'amichevole giocata a Marassi il giorno di Pasqua contro una
squadra formata da professionisti britannici ancora sotto le armi. Mancando un laterale destro, Garbutt convocò d'urgenza un giovane che si era distinto in quello stesso ruolo nella partita appena terminata nella squadra dei ragazzi: era il diciannovenne Ottavio Barbieri il quale, dopo aver indossata una maglia pulita, rientrò in campo con i titolari risultando anche con questi uno dei migliori. Da quel giorno, e per oltre un decennio, Barbieri fu praticamente inamovibile in quel ruolo. Il primo campionato del dopoguerra vide il Genoa compiere una passeggiata nel Girone Ligure e nel girone di semifinale nel quale si piazzò al primo posto, lasciandosi alle spalle la Pro Vercelli e il Milan. In forza di tali risultati, il Genoa era dunque considerato il favorito tra le tre finaliste dei gironi settentrionali. Ma sul neutro di Milano l'arbitro Varisco, si eresse a protagonista assegnando un inesistente rigore alla Juventus che riuscì così a pareggiare la rete iniziale di Santamaria. Poi convalidò un goal bianconero realizzato in palese fuorigioco e, per non farsi mancare nulla, espulse Della Casa e De Vecchi, per proteste. Per capire l'enormità della cosa, basterebbe ricordare che De Vecchi, plurinazionale, era proverbiale per la sua correttezza tanto che quella sarebbe stata l'unica macchia nella sua carriera. Di fronte a tanta spregiudicatezza, anche Traverso rientrò di sua volontà anzitempo negli spogliatoi. Contro un Genoa ridotto in otto la Juve triplicò facilmente, ma i grifoni riuscirono tuttavia a raccorciare le distanze con Sardi. Il successivo incontro con l'Inter (disputato a Modena e con un Genoa privo degli squalificati Traverso e Della Casa e dell'indisponibile Santamaria) si risolse in un pareggio che spianò così ai nerazzurri (che avevano già battuto la Juventus per 1 a 0) la finale (risultata poi vittoriosa) di Bologna con il Livorno vincitore del Girone Centro-Meridionale.



DA DAVIDSON A SANGUINETI

Avvicendamento ai vertici societari: se ne va Davidson, subentra Sanguineti. La scissione del 1921. L'incredibile harakiri con la Pro Vercelli. Il ritorno di Santamaria fa da prologo al trionfo del 1922-23. Il viaggio in Sudamerica consacra la grandezza del Genoa, che pareggia con la Nazionale argentina, aiutata da un incredibile prologo.

L'estate del 1920 iniziò con un avvicendamento al vertice della Società: lo scozzese Davidson lasciò la presidenza al genovesissimo Guido Sanguineti, senza peraltro abbandonare completamente il timone della nave rossoblù (Davidson ricoprirà la carica di vicepresidente fino al 1923 e rimarrà nel consiglio fino al 1927). Anche la squadra fu attraversata da venti di cambiamento, tanto che, per divergenze economiche, se ne andarono alcuni uomini chiave tra cui il fortissimo Santamaria - il vero regista della squadra che decise di passare alla Novese. Il Genoa risentì di queste defezioni tanto che gli incontri d'andata del Girone Ligure furono disastrosi: riuscì a vincere solo con lo Spezia e con la Rivarolese per squalifica a tavolino. Ma si risollevò nel ritorno con il ritorno di Wallsingham all'ala destra e di De Vecchi in cabina di regia, agguantando la qualificazione per le semifinali senza tuttavia andare più in là. La dirigenza rossoblù, comprese la lezione di quel campionato anonimo e, nell'estate del 1921, Sanguineti acquistò un buon numero di giovani provenienti da quelle squadre minori genovesi che nel torneo precedente avevano messo in difficoltà il Grifone. Dalla Spes arrivarono il forte portiere De Prà, il jolly Moruzzi ed il difensore Morchio; dall'Andrea Doria il centromediano Luigi Burlando. Infine dalla Serenitas era arrivato anche un ottimo centravanti - Edoardo Catto - che si sarebbe poi rivelato il miglior realizzatore di tutti i tempi nella storia del Grifone. La stagione 1921-22 si aprì con una novità eclatante: la Federazione - a causa di divergenze sulla gestione del Campionato - si divideva. Mentre alcune società ritenevano che, per il bene del calcio italiano si dovesse puntare sulla sua piena diffusione in tutto lo stivale, passando sopra a criteri qualitativi, altre società, tra cui il Genoa ritennero di non potersi piegare a questa impostazione. Furono così organizzati due tornei. Il Campionato della Confederazione Calcistica Italiana (cui facevano parte il Genoa e le altre squadre più forti) aveva abolito i gironi regionali (cosa che invece mantenne la Federazione Italiana Gioco Calcio) introducendo quattro gironi, due al Nord e due al Sud. Il Genoa trionfò nel suo, surclassando squadre blasonate come il Torino, il Casale e l'Internazionale. Dopo aver pareggiato a reti inviolate a Vercelli, il Genoa buttò via il lavoro di un anno, facendosi battere a domicilio, dopo essere passati in vantaggio grazie ad un autogoal del vercellese Bossola. La consapevolezza di avere la vittoria in pugno risultò fatale all'undici di Garbutt. Già raggiunti prima del riposo, De Vecchi e compagni non riuscirono più a riprendersi tanto che il centravanti Rampini siglò il secondo goal che portò definitivamente la Pro Vercelli alla vittoria e alla conquista (dopo la finale vittoriosa con la Fortitudo di Roma) del suo settimo e ultimo titolo. Il Genoa reagì a questa delusione riportando a casa il figliol prodigo Santamaria (il cui apporto era stato determinante alla Novese per la vittoria nella finalissima di Modena contro la Sampierdarenese nel parallelo campionato della F.G.C.I.) ed acquisendo il terzino Bellini e l'ala Neri. Ne derivò una miscela esplosiva che doveva portare il Genoa a trionfare nel torneo 1922-23, quello della riunificazione. A farne le spese fu prima di tutti il Milan (4-1 a Marassi e 3-1 a Milano), seguito dall Bologna (2-1 e 2-1). Fra le grandi solo la Juventus riuscì a resistere in casa propria (1-1) mentre a Genova anche la Vecchia Signora era uscita sconfitta (2-1). Entrato di gran carriera nelle finali del Girone Nord le vinse entrambi eliminando il Padova e (finalmente!) la Pro Vercelli. Non rimanevano che le due finalissime contro la vincitrice del Girone Centro-Sud, la Lazio. A Roma, prima della partita di ritorno, che avrebbe sancito la vittoria dell'ottavo campionato, la squadra e i dirigenti vennero ricevuti dal Papa e dal Capo del Governo Benito Mussolini il quale incitò i Genoani alla vittoria: "Siete i più forti, insegnate a questi Romani come si gioca! Domani dovete vincere!" Le parole del Duce furono confermate sul campo dai rossoblù, in una partita che fu insaporita anche da una sorta di passaggio di consegne tra due fuoriclasse, De Vecchi e Bernardini, che proprio in quel lasso di tempo cominciava la sua straordinaria carriera. La forza di quel Genoa, doveva trovare esplosiva conferma, proprio in quella estate del 1923 con una consacrazione internazionale. Le imprese di De Prà e soci avevano varcato l'Oceano e gli appassionati di football del Sud America richiesero a gran voce i Rossoblù. Il 28 luglio tredici titolari, quattro rinforzi azzurri di altrettante squadre (Girani, Romano, Moscardini e Baloncieri), l'allenatore Garbutt e il dirigente Ghiorzi si imbarcarono sulla motonave "Principessa Mafalda" per la grande avventura sudamericana. Anche in Argentina il Genoa si fece onore. Sconfitto (la stanchezza del viaggio si fece sentire) nella prima partita contro una rappresentativa della Lega Nord (1-2), vittorioso contro una della Lega Sud (1-0), il Grifone pareggiò l'incontro con la Nazionale Argentina allo stadio Barracas davanti a 50.000 spettatori in delirio. C'era però un piccolo particolare ad ingigantire l'impresa del Genoa: il goal che aveva portato in vantaggio i Sudamericani (poi pareggiato da un colpo di testa di Santamaria) fu segnato su passaggio del Sindaco di Buenos Aires, che aveva voluto dare il simbolico calcio d'inizio senza peraltro allontanarsi dal campo. I rossoblù, in attesa del vero e proprio via all'incontro, assistettero impassibili alla marcatura poi incredibilmente convalidata dall'arbitro di casa. Si recarono quindi in Uruguay dove furono sconfitti dalla Nazionale uruguagia (1-3) che circa dieci mesi dopo si sarebbe aggiudicata il titolo olimpico.